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Quel che resta… i libri di Dicembre

Data:

01/12/2020


Quel che resta… i libri di Dicembre

Ogni mese, Demetrio Paolin proverà a ragionare su tre pubblicazioni di autori italiani, cercando nei limiti della recensione di restituire ai lettori un’idea del testo e della loro complessità.

Novità editoriali del mese di Dicembre 2020:

01. i pellicani

Sergio La Chiusa, i Pellicani (Miraggi edizioni), pp. 192

Il romanzo i Pellicani di La Chiusa è un’opera prima dell’indubbio valore, come dimostra anche la segnalazione al Premio Calvino 2019. Altresì è un testo di non facile catalogazione, in quanto romanzo certamente rischioso per le sue scelte normative e fuori canone. Per farcene un’idea possiamo partire da una semplice e preliminare ispezione grafica.

Il libro è diviso in capitoli, segnalati da una numerazione in caratteri romani progressiva, ma a colpire è in primo luogo il pieno di queste pagine, pochissimi gli a capo, la narrazione pare organizzarsi in spazi metrici a forma di rettangoli in cui le parole si susseguono, non si trovano stacchi o segni dialogici o interventi di mimesi del parlato. Le frasi si susseguono le une dietro le altre, queste producono paragrafi e infine capitoli.

Ci si aspetta, quindi, alla lettura un romanzo, in cui la verbosità e l’onnipresenza di chi parla siano centrali, anzi onnicomprensive. La storia del romanzo è appunto il temporaneo ritorno a casa di un figlio, che chiameremo “giovane”, dopo 20 anni di assenza. Un lasso di tempo enorme, che però il giovane, non più tanto giovane a dire il vero, pare non aver vissuto e così torna nella sua vecchia dimora, pensando che tutto sia rimasto intatto. Al di là di una sostanziale rassomiglianza del quartiere, che lo accoglie, l’uomo, vestito in maniera trasandata e con una lisa valigetta 24 ore, simbolo di un lavoro che fu, trova il caseggiato dove ha vissuto in fase di decadimento e fatiscenza; nonostante questo si ostina a pensare che tutto sia come prima e prende le scale per raggiungere la casa del padre: trova il campanello “Pellicani”, il suo cognome, e entra. Nell’alloggio, che è irrimediabilmente il suo anche se più disordinato e dismesso, vive un uomo di circa 80 anni, un vecchio come lo definisce il protagonista, che assomiglia a suo padre, ma che non può essere lui, anche se il naso è proprio quello del vecchio Pellicani. Il romanzo è quindi la cronaca di questa convivenza tra il giovane e il vecchio all’interno dell’appartamento dei Pellicani.

Il testo si svolge quasi completamente all’interno delle mura dell’appartamento, così da giustificare proprio la struttura chiusa e asfittica dell’impaginazione del testo, non ci sono esterni, aperture di squarci, se non brevissimi, che indicano come il romanzo si risolva sostanzialmente in un lungo monologo del giovane. Il romanzo infatti è scritto in prima persona, una prima persona attraverso cui passa l’intera narrazione: lo stile e la scrittura sono notevoli, un vero pezzo di bravura e virtuosismo, soprattutto perché l’autore riesce a instillare in chi legge una sorta di sotterranea sfiducia nel narratore, e nel modo in cui racconta ciò che vede. Questa rottura del patto, ogni narrazione in prima persona prevede una tensione testimoniale a dire la verità, dà il colorito comico grottesco al romanzo, una sorta di sentimento del contrario, omaggio a Pirandello, che lo stesso La Chiusa cita indirettamente quanto appunto carica il naso del vecchio di tutta la possibile identità tra “padre” Pellicani e “vecchio” Pellicani. Nello stesso tempo la verbosità del romanzo in alcuni punti è anche il suo punto debole, questa logorrea dell’Io chiuso in se stesso avrebbe potuto essere gestita con più forza se l’Io narrante avesse accettato il dialogo con gli altri personaggi del romanzo che esistono solo in funzione della sua narrazione. Ciò detto i Pellicani è un ottimo esordio di un autore che speriamo presto di rileggere con la sua nuova opera.

02. resti

Gianni Agostinelli, Resti (Italo Svevo), pp. 200

Partiamo da un elenco

a) La provincia.

b) Tre amici.

c) Le loro vite che si incrociano.

d) esistenze senza futuro.

Agostinelli nello scrivere il romanzo Resti corre un bel rischio, perché appunto quei quattro punti citati, quasi quattro punti cardinali, sono altrettanti luoghi comuni di un certo tipo di romanzo, che nelle patrie lettere nostrane vanno molto di moda. Fortunatamente, per noi lettori, Agostinelli dimostra con le sue pagine come siano la scrittura, lo stile e la costruzione del testo a rendere diverso un romanzo da un mero agglomerato di cliché.

In breve la trama: Leo, Massimo e Alceste sono tre amici. Lo sono sin da ragazzi, e tra di loro – così come in ogni gruppo – esiste una sorta di gerarchia d’ordine: Massimo è colui che suscita l’invidia di Leo, e Alceste è il capro espiatorio del gruppo, il debole, senza spina dorsale.

Dopo iniziale episodio simbolico/paradigmatico – forse l’unica concessione alla narrativa mainstream che desidera sempre alcune pagine di solito sotto forma di prologo/apologo a stabilire con chiarezza il “chi come e cosa”, Agostinelli segue le tre vie dei protagonisti con i loro amori, fallimenti esistenziali e lavorativi, fino alla loro inesorabile caduta verso la sconfitta e la dannazione.

In che modo Agostinelli risolve questa materia, per l’appunto frusta? In primo luogo, elegge per il romanzo un sentimento tragedico. Resti è una tragedia, o meglio è così che bisognerebbe pensarla; la spia maggiore è forse nel nome dato all’ultimo personaggio del trio Alceste, che appunto è il nome di un personaggio tragico.

Alcesti è una tragedia di Euripide, anzi è una tragedia sui generis in quanto contempla un lieto fine. Alcesti, moglie di Admeto, che si sacrifica per il marito e muore, viene riportata in vita da Eracle. La modernità di questa opera euripidea sta proprio in questo lieto fine, che in realtà non produce una vera e propria salvezza ma che lascia lo spettatore stupefatto e spaventato, e qualcosa di simile accade in Resti.

Al centro c’è una morte e questa morte riassume e collocata nel giusto ordine la storia di tre personaggi, che sono tutti “colpevoli”. Questa morte è il punto più profondo della crisi della storia, il momento in cui le vite di provincia di Massimo, Leo e Alceste perdono il loro dato “cronachistico” e si rivestono di assolutezza, che riguarda la scelta e la responsabilità.

In questo senso è necessario disambiguare la parola “resti” che fornisce il titolo all’opera. Cosa sono i resti a cui fa riferimento il romanzo? Possiamo dire che resto è ciò che rimane delle vite di ognuno, come ad esempio i resti della cena che la donna di Leo è costretta a mangiare per terra dopo essere stata picchiata, o il modo in cui Massimo si prende cura del figlio, cercando di adempiere alla promessa fatta alla moglie sul letto di morte; resto può essere anche ciò che rimane dell’umanità di ognuno, cosa si salva della perdizione.

Resti è un romanzo sull’assumersi la colpa, che è eminentemente un fatto tragico: vedere chiaramente che si è commesso un errore, avvenuto anche senza un reale atto di volontà, ma che data questa involontarietà non risulta meno grave. Non è casuale, quindi, che proprio Alceste, che contiene nel suo nome il seme tragico, decida di far osservare questa legge tragica. “I suoi occhi invece parlano chiaro: a stento riesce a trattenere le lacrime. È in quell’istante, davanti a sua moglie e a sua figlia, che capisce cosa deve fare. Così si volta di scatto e si riavvia a passo svelto verso il furgoncino” (p.195). Lo scioglimento del tragico è in quel “capisce cosa deve fare”, che fa appunto di Resti un romanzo, non tanto sulla vita in provincia come ammicca la quarta di copertina, ma sulla responsabilità di essere e dell’essere giusti.

03. quello che ti meriti

Barbara Frandino, È quello che ti meriti (Einaudi), pp. 152

Non ho idea se la Frandino abbia mai letto Invernale di Guido Gozzano. La lirica racconta di una pattinata sul lago ghiacciato di due amanti. Nelle strofe si susseguono: il rischio che il velo di ghiaccio sia troppo sottile, la fuga dell’uomo, l’affannoso e riuscito tentativo della donna di mettersi in salvo. Infine, quando ogni cosa è tornata alla calma, la donna raggiunge l’uomo e così Gozzano descrive il loro incontro:

Noncurante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
“Signor mio caro, grazie!” E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile!

C’è nella battuta finale della donna in quel termine “vile”, che si oppone a tutta la formalità della prima parte del dialogo, una capacità icastica di descrivere l’universo del rapporto di coppia che è simile a quella della Frandino. È quello che ti meriti è un romanzo glaciale, perché appunto ragiona su cosa sia la vita e cosa sia la felicità, e li descrive come qualcosa di simile al pattinare su una fragile lastra di ghiaccio, “teso ghiaccio che s’incrina” (Montale), dove basta un nulla, perché il fragile equilibrio raggiunto cada e si perda.

La storia di Claudia e Antonio, così come ci viene raccontata dalla scrittrice, è una storia dove all’amore è stato sostituito l’odio, tramite una forma sottile di vendetta, che distrugge lentamente, ma con inesorabilità tutto quello che di buono c’era. Il franare di un amore è prodotto da un lento accumulo di particolari – il fastidio per un gesto, per il tono di voce, per un’abitudine che inizialmente era sopportata – che produce la metamorfosi.

È un romanzo gelido, perché dantescamente è un testo che narra del tradire (sia Antonio che Claudia tradiscono), e il profondo dell’inferno, come sappiamo, ospita i traditori, tutti ghiacciati dal vento freddo prodotto dalle ali di Lucifero.

Un’ulteriore notazione è da fare sul modo di guardare dell’autrice, ne abbiamo un esempio a p. 8: “Antonio è disteso sopra il lenzuolo. Gli occhi chiusi sono cerchiati di nero. Anche la pelle del viso è livida, ma forse è solo colpa del neon. Indossa un camice bianco con piccoli disegni blu che gli lascia scoperte le gambe quasi glabre. Ha un tubo che esce da un lato della bocca, collegato al respiratore, e un intreccio di tubicini e fili per il monitoraggio”. Assistiamo a una autopsia non soltanto del corpo dell’amato, ma anche del sentimento che nutre verso di lui. Nella voce dell’io narrante c’è proprio un intento di anatomico, una specifica volontà di fare a pezzi la storia d’amore così come è stata faticosamente costruita, così con altrettanta fatica verrà distrutta. Cosa resterà infine di queste macerie? La scelta della Frandino è interessante, perché in questo caso le Erinni non producono un disastro ma una sorta di equilibrio diverso, un equilibro che nega ciò che c’è stato prima e prova a ripartire tramite un inizio nuovo, che non può che essere un simbolico taglio: “Quando il tronco sta cedendo gli do qualche spinta con un piede, il legno si squarcia e si abbatte a terra. Taglio il secondo tronco, alla fine non resta più nulla” (p. 142). Alla fine, non resta più nulla, dice l’io narrante, è questa opera di sottrazione si ritrova anche osservando il romanzo dal punto di vista stilistico. La prosa della Frandino segue questo “levare”, come si evince dai due brevi brani sopra riportati: un periodare composto in maggioranza da frasi principali, pochi nessi di subordinazione, molti punti fermi, una lunghezza della frase che non supera la decina di parole, se non in certi casi che sono rivolti a ricordi del passato. Questo non deve stupire; se è lo stile a fornire forma al contenuto, e noi ne siamo convinti, in questo caso l’io narrante, avvolto in un gelido vento e in un freddo tremendo, non potrà che rivolgersi a noi con brevi e secche frasi paratattiche.

Informazioni

Data: Da Mar 1 Dic 2020 a Gio 31 Dic 2020

Ingresso : Libero


1510